Mancano davvero i camici bianchi?
La Difesa del Popolo - 28 gennaio 2012
Sono troppi i medici "inutili"
In Veneto mancano oltre mille camici bianchi. Ed è proprio di qualche settimana fa, per far fronte alla carenza, la proposta del segretario della sanità veneta Domenico Mantoan di richiamare dalla pensione, anche part time, gli under 65 e di lanciare il reclutamento all'estero dei professionisti necessari. Leonardo Padrin, presidente della commissione sanità della regione Veneto, è di tutt'altro avviso e propone, per rallentare un trend che rischia di aumentare del 5 per cento ogni anno, di intervenire in maniera strutturale sulle scuole di formazione, modificare i criteri di accesso alle facoltà mediche e trattenere per due anni i giovani che svolgono la formazione specialistica in Veneto.
Ma sia il mondo accademico sia quello clinico non sono d'accordo sull'incremento del numero degli iscritti: «Il problema è impostato male – sostiene il rettore dell'università di Padova Giuseppe Zaccaria – Negli ultimi due anni a Padova abbiamo aumentato del 10 per cento l'accesso alla facoltà di medicina arrivando a 440 iscritti. Togliere il numero chiuso è follia pura, perché non abbiamo disponibilità di spazi per la didattica, ma soprattutto va preservato lo standard qualitativo del rapporto tra docenti e studenti che ci permette di formare i migliori medici del paese».
Tatiana Mario
Anestesisti, ortopedici, pediatri, cardiologi, oculisti, radiologi. Sono queste alcune delle principali specialità mediche che scarseggiano in Veneto e che nei prossimi anni potrebbero venire a mancare se la distribuzione delle borse di formazione al lavoro rimarrà tale e quale a oggi.
Il nodo della questione è proprio questo: non mancano i medici, ma esistono alcune professionalità indispensabili che non hanno specializzandi a sufficienza e che risultano, allo stesso tempo, poco attraenti (prime fra tutte chirurgia) per i giovani laureati perché più esposte al rischio di azioni legali.
«A livello programmatorio – spiega il presidente dell'ordine dei medici di Padova Maurizio Benato – ogni anno in Veneto vengono erogate 5.500 borse di specialità, di cui 500 totalmente in carico alla nostra regione. Se pensiamo che le 5 mila borse statali vanno moltiplicate per 27 mila euro l'anno erogati sempre dalla regione (uno specializzando percepisce 1.800 euro di stipendio mensile), la spesa non è assolutamente irrisoria per il sistema ed è anche per questo che devono essere individuati quanto prima i settori medici più carenti, ricalibrando le borse di studio e formazione per "convogliare" i laureati verso le professioni più richieste. A mio parere, abolire il numero chiuso è una proposta che non trova invece alcun fondamento plausibile, perché i rigidi criteri di accesso alle facoltà di medicina consentono di mantenere elevata la qualità didattica e clinica che ci viene riconosciuta».
Negli ultimi sei anni in Veneto i camici bianchi sono aumentati di 12 mila unità (di cui 9 mila negli ultimi tre anni). Agli ordini di tutta Italia sono iscritti 403 mila professionisti, di cui 52 mila sono odontoiatri: dei restanti 350 mila, circa 290 mila lavorano per il sistema sanitario, 30 mila sono over 70 e gli ultimi 20 mila hanno scelto di svolgere altri lavori. «Stiamo incrementando ogni anno il numero – continua Benato – ma sicuramente nei prossimi anni assisteremo a una disparità tra chi entra e chi esce, che però sarà diluita nel tempo con il recente innalzamento dell'età pensionabile, e dovremo far fronte alla sostituzione di 14 mila medici laureati negli anni Ottanta. Avremo bisogno, ad esempio, di pediatri. Nessuno però li sta formando perché ognuno è geloso della propria specialità e usa due strade per preservarla: contingenta i numeri degli specializzandi o continua a formare personale che non serve».
Ma oggi il medico non è l'unico responsabile della salute dei cittadini: soltanto in Veneto esistono 35 professioni in ambito sanitario con un regolare corso di studi avviato da tempo a livello accademico. «In futuro – sottolinea il presidente dell'ordine – avremo figure sempre più altamente qualificate, come gli infermieri che conseguiranno una laurea magistrale con l'obbligo di specializzazione, aumentando le proprie competenze di cura e potendo sostituire la presenza del medico in gran parte dell'assistenza al paziente. Dovremo poi fare i conti con la progressiva feminilizzazione della medicina. Questo costringerà a cambiare l'organizzazione della professione che non sarà più totalizzante, ma dovrà calibrarsi sulle esigenze della gestione familiare da parte delle madri».
Anche per Giorgio Palù, direttore del dipartimento di medicina molecolare e fino a meno di un mese fa preside dell'ex facoltà di medicina, i tempi impongono una programmazione delle professioni mediche totalmente diversa da quella attuale. «Oggi non formiamo solo medici, ma anche personale paramedico in grado di erogare servizi che prima erano in capo esclusivo alla professione sanitaria per eccellenza. La regione Veneto dovrebbe, dunque, censire anche le altre professioni sanitarie per rimodulare la sua risposta sulla domanda di salute espressa dai bisogni della popolazione. Al medico oggi vengono richieste sempre più competenze manageriali per dirigere pool di professionisti diversi. Basti pensare che la tecnologia permette a un cardiologo, e non più solo a un cardiochirurgo, di eseguire l'80 per cento degli interventi. Le borse di specialità devono di conseguenza essere suddivise sulla base anche della tecnologia che, nel giro di qualche anno, ha totalmente rivoluzionato per alcuni aspetti le conoscenze mediche. Il progresso è inarrestabile e dobbiamo dare spazio anche a nuove figure».




