Nel 2011 tra le Regioni differenze di organico anche doppie per le stesse professionalità pesate per abitanti

E chi ne ha meno non sempre risparmia - La proposta contro i danni dell’austerity

In Sardegna c’erano nel 2011 il 72% di medici in più che in Lombardia, considerando il numero di abitanti per ogni dottore. Bolzano aveva il doppio di dirigenti sanitari dell’Abruzzo, di personale sanitario della Campania e di personale amministrativo del Lazio. E i numeri impazziti degli organici non si fermano a dotazioni sproporzionate tra loro, ma sballano anche il concetto che chi ha meno personale risparmia di più (da cui i blocchi del turnover): Lombardia, Veneto, Lazio, Campania e Puglia sono le Regioni con meno medici in rapporto agli abitanti. Ma le prime due sono “virtuose”, anzi, sono Regioni benchmark. Le altre no, anzi, sono tra quelle con piani di rientro e deficit da record, nonostante le poche unità di personale. Quindi gli sprechi non sono sul personale né una sua riduzione fa risparmiare poi troppo, a quanto pare.

Ma quello del personale non è un problema solo italiano. Da un convegno Amref-Fnom-Ipasvi arriva l’allarme precari che in tutta Europa aumentano per colpa della crisi e delle fughe per cercare altrove lavori migliori.

Quali risorse in tempi di crisi

PERSONALE/ In un convegno Amref-Fnom-Ipasvi il punto su austerity e carenze di addetti

Serve una rivoluzione culturale che riveda programmazione e formazione

La crisi rischia di “nuocere gravemente alla salute”. Sia a quella del nostro Servizio sanitario nazionale - che a breve ne farà pesantemente le spese se, anche sul fronte del personale, non si correrà in modo adeguato ai ripari promuovendo una vera e propria rivoluzione culturale - sia a quella dei sistemi di salute mondiale.

Per fare il punto sulle “Politiche di austerity in sanità: quale impatto sulle carenze di personale sanitario” giovedì scorso è stato organizzato un convegno organizzato a Roma da Amref Italia, in collaborazione con Fnomceo e Ipasvi. Non a caso: da anni Amref è promotrice di iniziative e azioni di sensibilizzazione che, a livello mondiale, accendono i riflettori sugli squilibri che affliggono la salute globale. Come quel Codice di condotta Oms, adottato nel maggio 2010, che «mira - sottolinea la Coordinatrice advocacy Amref Giulia De Ponte - a un bilanciamento sostenibile tra mobilità internazionale del personale sanitario e investimenti necessari a formare e trattenere i propri operatori». L’associazione - che lancia una call to action per il 2014 - porta poi avanti il progetto triennale finanziato dalla Commissione Ue e sostenuto da Oms Europa “Health Workers for all, all for Health Workers” (che coinvolge soggetti della società civile negli otto Paesi Ue Belgio, Regno Unito, Italia, Germania, Polonia, Romania, Spagna e Paesi Bassi) nel cui ambito è stato organizzato l’incontro romano. Un’iniziativa che proseguirà fino a maggio 2014, impostata sulla condivisione delle migliori pratiche raccolte, e che è la prosecuzione della campagna di sensibilizzazione che nel 2012 ha portato al Manifesto per il rafforzamento del personale sanitario (www.manifestopersonalesanitario.it), sottoscritto da un centinaio di organizzazioni attive nell’ambito della cooperazione sanitaria, della sanità pubblica e delle migrazioni internazionali.

In questa prospettiva inevitabilmente ampia - che coinvolge la mobilità in entrata e in uscita - l’Italia si presenta come un Paese “nel guado”. Il combinato disposto tra le pesanti manovre che negli ultimi anni sono calate come una scure sul nostro Servizio sanitario decurtando di 30 miliardi il finanziamento e un dato di spesa sanitaria inferiore del 21% a livello complessivo dell’Ue a 15, mettono a dura prova i gangli più sensibili del Ssn, come il personale. Personale che - già provato da un turnover che ha favorito precariato e contratti atipici - è la vera vittima sacrificale anche della legge di stabilità all’esame del Senato. La promessa “niente tagli” con cui fu presentata dall’esecutivo Letta, è quindi disattesa. «Tanto che - sottolinea ancora De Ponte - la diminuzione di 1,15 miliardi per il biennio 2015-2016 è destinata a colpire le risorse destinate ai rinnovi contrattuali del personale e al turnover».

E se un mercato sempre più stretto assorbe sempre meno personale, alle dinamiche di precarizzazione si sommano le tendenze alla fuga e il minore appeal che il nostro Paese ha sul personale straniero in entrata. Dai Collegi degli infermieri Ipasvi segnalano già un netto calo, negli ultimi anni, del nursing in entrata. Mentre crescerebbero le richieste di certificati “Good standing” per andare a lavorare all’estero. Fenomeni che dal ministero della Salute confermano: «Nel 2011 i flussi di infermieri in entrata sono stati pari a circa 1.500 unità, ma già nel 2012 il numero si è dimezzato. Nello stesso anno, poi, è triplicata la richiesta di attestati di conformità da parte di medici e infermieri», spiega Annalisa Malgieri, statistica della Dg Professioni sanitarie di Lungotevere Ripa. Anche questi numeri motivano la decisione del dicastero di promuovere con Agenas e Ocse (e la partnership dell’Oms) la “Joint action for european planning and forecasting”. Obiettivo: «Arrivare a programmare in modo oggettivo e secondo criteri razionali - a partire dalla raccolta di dati sulla popolazione stratificata, che ancora oggi non abbiamo - il fabbisogno di personale sanitario, in un’ottica di sostenibilità del sistema», aggiunge Malgieri.

Ma una nuova programmazione dovrà giocoforza passare per un cambio di passo nell’organizzazione dell’assistenza - il nodo cruciale è lo “switch” da ospedale a territorio - e per la revisione dei modelli formativi. Ne è convinto il vicepresidente Fnomceo Maurizio Benato. Che sottolinea: «Bisogna intervenire guardando alla nuova domanda di salute e non alle esigenze e alle priorità dell’Università». Per questo, ai giovani medici Sism (Segretariato italiano studenti in Medicina) che denunciano un clima di incertezza velenoso per il presente e premessa del “brain drain”, Benato propone «un forte snellimento delle 39 sedi universitarie (più quattro facoltà private) e lo svolgimento di parte dei contratti di formazione-lavoro in loco, fuori dalle mura di ateneo».

Conciliare risorse limitate, sostenibilità ed equilibri nel personale è una delle grandi sfide di ogni sistema sanitario. «Perché ciò sia pensabile e possibile - tira le somme la senatrice Nerina Dirindin (Pd) - è però una grande rivoluzione culturale che aiuti il personale a uscire dalle secche del precariato e della demotivazione. Un effetto, quest’ultima, non tanto dell’austerity e delle scelte imposte dalla crisi, ma dell’idea sempre più diffusa che la parte pubblica in Sanità vada contenuta. Oggi manca una “visione” politica in grado di programmare e regolamentare. Al nostro Ssn servono non solo più risorse, ma anche una sensibilità politica adeguata. Altrimenti il rischio è che personale in più produca soltanto più prestazioni. E non quella “salute” che tutti auspichiamo».
Il Sole 24 Ore Sanità - 23 dicembre 2013 - Barbara Gobbi