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di Marianna Castelluccio - Telemeditalia

A stabilirlo una direttiva approvata lo scorso anno dal Parlamento di Strasburgo e dal Consiglio dell’Unione europea. I cittadini potranno curarsi liberamente anche in Stati diversi da quello di residenza. Gli Stati hanno tempo fino al 25 ottobre 2013 per adeguarsi.

Cure senza frontiere in Europa, entro il 2013. A stabilirlo una direttiva europea, approvata a marzo 2011 dal Parlamento di Strasburgo e dal Consiglio dell’Unione europea, e pubblicata ad aprile sulla Gazzetta ufficiale dell’Ue. Gli stati membri dell’Unione avranno due anni di tempo per recepire la norma e rendere attuative, a livello nazionale, le disposizioni europee. L’assistenza sanitaria transfrontaliera consentirà a ogni europeo di curarsi, secondo specifici criteri e condizioni, in uno Stato membro diverso dal proprio Stato di residenza.

Maggiori tutele per la salute
Una volta recepita la norma europea nella legislazione nazionale, cosa che dovrà avvenire entro il 25 ottobre 2013, come stabilito dalla stessa direttiva (2011/24/Ue), le persone bisognose di cure, potranno richiedere, tramite il proprio Paese di residenza, assistenza sanitaria a un qualunque Stato membro dell’Unione europea. Questo per garantire ai cittadini un’ulteriore protezione della salute, soprattutto nei casi di estrema necessità, laddove il proprio Paese di residenza non riesca a soddisfare specifiche richieste di cura ad esempio per mancanza di strutture, di macchinari adeguati, o per la presenza di lunghe liste d’attesa che possano mettere a repentaglio la salute delle persone.

Libera circolazione delle persone
Oltre a offrire migliore qualità e tempestività delle cure, la direttiva sull’assistenza sanitaria transfrontaliera nasce con lo scopo di:

1. Garantire la libera circolazione delle persone. Può capitare, infatti, che per motivi geografici la struttura sanitaria più vicina e idonea al trattamento di una malattia si trovi al di là del confine in cui il cittadino risiede.

2. Assicurare ai pazienti maggiore vicinanza alla famiglia. È il caso delle persone che decidono di curarsi nel Paese dell’Unione dove vivono i familiari.

3. Accedere a nuovi metodi di cura. In questo modo il cittadino avrà la possibilità di ricevere un tipo di cura diverso da quello previsto dal proprio Stato di residenza.

Standard elevati in tutta l’Unione

Attraverso le sue leggi, l’Unione europea garantisce ai cittadini elevati standard di cura e protezione della salute. Ciò significa che gli Stati membri sono tenuti, sul loro territorio, a prestare ai cittadini un’assistenza sanitaria sicura, di qualità elevata, efficiente e quantitativamente adeguata. Il recepimento della direttiva sull’assistenza sanitaria transfrontaliera nella legislazione nazionale e la sua applicazione non dovrebbero pertanto condurre a una situazione in cui le persone siano incoraggiate a ricevere le cure fuori dal loro Stato di residenza.

Sicurezza e qualità

A tutela della sicurezza della salute degli europei, l’Unione ha elaborato negli anni una serie di norme contenenti valori e principi comuni su cui fondare i sistemi sanitari dei suoi Stati membri. A questi principi si ispira anche la direttiva sull’assistenza sanitaria transfrontaliera.
1. Qualità. Tutti i sistemi sanitari dell'Ue cercano di offrire un’assistenza adeguata. Ciò attraverso: la formazione continua del personale sanitario (medici, infermieri, specialisti), l'innovazione e la ricerca di nuovi metodi di cura, il monitoraggio costante della qualità delle strutture e del personale preposto alle cure.
2. Sicurezza. Prima di essere assegnate alle persone, le cure, sono sottoposte a rigidi controlli che evidenziano eventuali fattori di rischio. Tutti i prodotti per la tutela della salute, quali ad esempio i farmaci, sono inoltre svincolati da qualunque forma di pubblicità ingannevole che induca in errore o crei inutili aspettative.
3. Accessibilità. Gli Stati membri dell’Ue garantiscono parità di accesso alle cure, assicurando un trattamento equo di tutti i pazienti, indipendentemente dalla nazionalità. Le priorità dell’assistenza sanitaria sono fissate in modo da raggiungere un equilibrio fra i bisogni delle singole persone e le risorse finanziarie disponibili per le cure dell’intera popolazione. Gli Stati non possono inoltre accordare priorità a un paziente, se questo reca danno ad altri, creando ad esempio un allungamento dei tempi di attesa.
4. Coinvolgimento del paziente. Tutti i sistemi sanitari dell'Ue mettono al centro le persone. Ciò significa che i cittadini devono sentirsi coinvolti nel loro percorso di cura e non diventare semplice “bersaglio passivo” di trattamenti medici e sanitari. Alla gente bisognerebbe ad esempio offrire, per quanto possibile, libertà di scelta riguardo la struttura sanitaria o lo specialista a cui affidarsi per il trattamento della propria malattia. E a ciascun cittadino dovrebbero essere esposti in maniera chiari i diritti di cui avvalersi in caso di spostamento da uno Stato membro all’altro.
5. Risarcimento. Le persone dovrebbero aver diritto a un risarcimento qualora si verifichino eventi negativi. Ciò include la possibilità di avvalersi di una procedura di ricorso equa e trasparente e di disporre di informazioni chiare sulle responsabilità e sulle forme specifiche di risarcimento. In linea di massima è lo Stato di residenza a risarcire eventuali danni causati al paziente a seguito di un trattamento.
6. Riservatezza. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e le diverse leggi nazionali vigenti nei singoli Stati riconoscono il diritto di tutti i cittadini alla riservatezza dei dati personali. In questo modo si tutelano i dati cosiddetti “sensibilissimi”, relativi cioè allo stato di salute, da eventuali appropriazioni indebite. Il diritto alla riservatezza consente a questi dati di circolare tra uno Stato membro e l’altro nel pieno rispetto dei diritti fondamentali della persona.

Alcune decisioni spetteranno ai singoli Stati
I principi e i valori tutelati dall’Unione e contenuti nella nuova direttiva, saranno recepiti entro il 2013 in maniera autonoma da ogni Stato, a seconda delle proprie capacità economiche e dei propri mezzi (strutture, personale medico, tecnologie). Sarà appannaggio dei singoli Paesi adottare decisioni sul tipo di offerta sanitaria cui i cittadini avranno diritto e i meccanismi tramite i quali quest’offerta sarà finanziata e prestata.

No alle cure “a lungo termine”
Ci saranno casi in cui la direttiva non troverà applicazione. Ciò accadrà quando, ad esempio, ci sarà bisogno di assistenza “a lungo termine”: anziani con particolari disturbi, persone con gravi disabilità che necessitano di cure continue per svolgere le normali attività quotidiane. In queste circostanze i costi dell’assistenza sanitaria diventerebbero troppo alti sia per la struttura (case di cura, istituti di residenza assistita) del Paese di cura, sia per il Paese di residenza dell’ammalato, ovvero quello che dovrebbe farsi carico delle spese di soggiorno e di trattamento del paziente.

Escluse anche vaccinazioni e trapianti
Oltre che per le “cure a lungo termine”, l’assistenza sanitaria transfrontaliera non sarà prevista per il trapianto di organi e per i programmi di vaccinazione contro le malattie contagiose, promosse da un singolo Stato per proteggere la salute della popolazione presente sul territorio.

Costi e rimborsi
Se una persona deciderà di curarsi in uno Stato dell’Unione europea, sarà il sistema sanitario del proprio Paese di residenza a coprire le spese relative, ad esempio, al viaggio e all’alloggio, alle visite mediche e specialistiche, al ricovero, all’acquisto di farmaci e dispositivi medici (tutori, protesi). Questo a patto che le cure e i trattamenti avvengano in una struttura pubblica o si svolgano online, attraverso assistenza medica telematica. Nel caso in cui il paziente si rivolga invece a una struttura privata, le spese saranno a suo carico. A decidere sulle modalità e sul tipo di rimborso da offrire ai cittadini saranno i singoli Paesi, in base a leggi fissate a livello nazionale. La direttiva sull’assistenza sanitaria transfrontaliera stabilisce solo alcune regole di massima, che escludono ad esempio i rimborsi per i cosiddetti “servizi di assistenza a lungo termine” e per le cure rilasciate da strutture private. L’obiettivo è infatti quello di controllare le spese evitando, per quanto possibile, spreco di risorse finanziarie, tecniche e umane.

Diritto alla cartella clinica
Al fine di garantire la continuità della cura, i pazienti che hanno ricevuto un trattamento nell’Ue (anche se in regime di telemedicina) avranno diritto a una cartella clinica, scritta o elettronica. La cartella clinica conterrà i dati del paziente e le indicazioni sul tipo di trattamento ricevuto.

Per le questioni etiche
La direttiva europea non interferirà sulle scelte etiche dei singoli Stati e dei loro operatori sanitari quali medici e farmacisti. Pertanto, se lo Stato prescelto per le cure consiglerà ad esempio l’assunzione di un medicinale che nel Paese di residenza è soggetto a obiezione di coscienza (in Italia la pillola abortiva RU486 e la pillola del giorno dopo), nulla vieterà al medico curante, al farmacista e alla struttura sanitaria di astenersi dalla prescrizione, dalla vendita e dalla somministrazione del farmaco. La regola varrà anche per quelle cure e quei farmaci ritenuti, dal Paese di residenza, “a rischio” per la salute delle persone. Anche in questi casi sarà il medico curante e il farmacista a valutare i singoli casi al fine di tutelare la salute pubblica.

Quando serve l’autorizzazione
L’assistenza sanitaria transfrontaliera non sarà soggetta ad autorizzazioni preventive, eccetto che per alcuni casi. Nell’eventualità il paziente abbia bisogno di un ricovero, anche se solo di una notte; nel caso in cui le cure richiedano l’utilizzo di un’infrastruttura sanitaria o di apparecchiature specializzate e costose. L’intento della norma europea è garantire, attraverso un’adeguata pianificazione dei trattamenti, libero accesso a un ampio ventaglio di prestazioni sicure e di qualità. Evitando, per quanto possibile, ogni spreco di risorse. L’autorizzazione per curarsi nell’Ue sarà rilasciata dallo Stato di residenza del cittadino. La valutazione di ogni singolo caso spetterà al medico curante, allo specialista o comunque a eventuali esperti del settore. Ad avere la priorità saranno i casi più seri e urgenti: malattie rare, dolore cronico, malattie in stadio avanzato. Lo Stato concederà l’autorizzazione in base alla propria disponibilità economica (per il rimborso di farmaci, visite, trattamenti, ricoveri), e nel rispetto delle prestazioni previste dalla propria legislazione. Ciò significa che se un trattamento è contemplato dalle leggi nazionali di un Paese, ma non risulta disponibile ad esempio per mancanza di strutture, di macchinari, di personale specializzato, lo Stato dovrà autorizzare il paziente a ricevere le cure altrove.

E se l’autorizzazione viene negata?
È possibile fare ricorso. Attraverso la rete Solvit, la Commissione europea fornisce una serie di informazioni su come far valere i propri diritti. Solvit è una rete online, a cui gli Stati membri collaborano per risolvere i problemi derivanti dall'applicazione scorretta delle norme sul mercato interno da parte delle amministrazioni pubbliche. Si tratta di un servizio gratuito. Esiste un centro Solvit in ogni Stato membro dell’Unione europea. I centri Solvit s'impegnano a fornire soluzioni entro dieci settimane da quando viene presentato il caso.

I punti di contatto nazionali
Si tratta di sportelli nazionali che ciascuno Stato, al momento del recepimento della direttiva europea, istituirà sul proprio territorio. Scopo dei punti di contatto nazionali fornire alle persone interessate, tutte le informazioni necessarie a ottenere assistenza sanitaria transfrontaliera, anche entrando in contatto con la struttura che ospiterà il paziente. Il numero degli sportelli e la loro collocazione (anche inglobata in centri informativi già esistenti sul territorio) sarà decisa in maniera autonoma da ogni singolo Paese. Oltre a sportelli nazionali, potranno nascere anche punti informativi regionali o locali, così da favorire la cooperazione tra i sistemi sanitari dei vari Stati membri.

Per assumere i farmaci…
Una volta raggiunto il Paese di cura, cioè il luogo in cui si riceveranno i trattamenti, i pazienti avranno diritto ad assumere i medicinali autorizzati dallo Stato “ospitante”. Anche se gli stessi farmaci non risultino autorizzati nello Stato di residenza del paziente. Ciò a patto che il medicinale sia essenziale alle cure. Riguardo al rimborso, lo Stato di residenza risarcirà solo i farmaci che rientrino fra le prestazioni erogate dal proprio sistema sanitario nazionale. Per gli altri farmaci le spese saranno a carico dei singoli cittadini.

…e per acquistarli su internet
Riguardo l’acquisto di farmaci via internet provenienti da Paesi dell’Ue diversi da quello di residenza, la direttiva europea riconosce ampio margine ai singoli Stati. Ciascun Paese dell’Unione potrà decidere, attraverso proprie leggi nazionali, la regolamentazione più adeguata. In linea di massima le attuali leggi europee che regolamentano le farmacie online, vietano gli ordini per corrispondenza di medicinali soggetti a prescrizione medica.

Nuove prospettive per le malattie rare
La direttiva intende aprire nuove prospettive di cura anche alle persone affette dalle cosiddette malattie rare, cioè quelle che secondo quanto fissato dalle norme europee interessano non più di cinque pazienti su 10000 e che oltre a essere croniche, diventano spesso mortali. Avvalendosi della sua rete di contatti (medici, specialisti, ricercatori, centri di eccellenza), l’Unione europea desidera migliorare e incrementare l’accesso alle diagnosi e alle prestazioni sanitarie di qualità, anche attraverso la diffusione delle informazioni e la cooperazione alla ricerca tra i diversi Paesi dell’Ue.

Leggi l'intervista al Presidente Benato sulle cure senza frontiere in Europa